Si è svolto a Roma il 15 dicembre 2016, presso la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”, nell’ambito del Master in Religioni e Mediazione Culturale, il workshop “Roma città plurale”.

 

Il Magnifico Rettore dell’Università “La Sapienza”, Eugenio Caudo, che ha aperto i lavori, ha sottolineato due questioni di interesse generale: quella del pluralismo religioso che in Italia, a differenza di altri paesi europei, è percepito come una assoluta novità a fronte della tradizionale monocultura cristiana, e quella del paradossale analfabetismo religioso: proprio quando di religione si dibatte orami quasi tutti i giorni nello spazio pubblico si deve constatare che “la gente di religione non sa nulla”.

Ma il pluralismo religioso è davvero una novità? Nella sua bella relazione di apertura Emanuela Prinzivalli, esperta di storia antica, ci ha riportato al pluralismo religioso dell’Urbs sotto l’impero romano, prima che Roma diventasse capitale della cristianità: una città dove molteplici culti, portati da genti che venivano da ogni dove.

E il prof. Paolo Naso ha introdotto i lavori con una considerazione generale: dopo tanto parlare di secolarizzazione oggi “La religione gode di buona salute”. Lo sforzo di eliminare il sacro dallo spazio pubblico in Occidente sembra ormai fallito e si parla di post-secolarismo. Anche se, aggiunge Naso, per quanto riguarda l’Italia, siamo il paese degli “atei devoti” (Bianchi): la fede è molto rivendicata, poco praticata.

Ciò vale, aggiungiamo, per il culto più antico in Italia, la religione cattolica: le chiese cattoliche si sono svuotate mentre la questione dei luoghi di culto si pone oggi in termini radicalmente nuovi.

 

Libertà di culto: una questione urbanistica?

La Costituzione, ha ricordato Naso, parla di “Libertà di culto in pubblico e privato”: ma come si ouò oggi esercitare il culto nello spazio pubblico? La seguente serie di immagini, tratte dalla sua relazione, mostra in modo efficace i nuovi termini del problema:

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Come cambia la città

Una città è un organismo vivente. E’ fatta di esseri umani, è “fatto sociale formato nello spazio”. Giustamente Francesco Spada dell’Ufficio Anti-discriminzioni della Presidenza del Consiglio ha ricordato l’importanza del diritto: ed è quindi il diritto che va rivisto a frionte di un mutamento urbano che è crescita, ricchezza, e che porta un valore aggiunto alla coesione sociale.

Alessandro Saggioro ha ricordato che la diversità (anzi la “superdiversità”) urbana contemporanea si manifesta nell’architettura, nei simboli, nell’organizzazione sociale. Le religioni portate dai migranti sios tanziano nello spazio urbano in modo diverso dalle religioni tradizionali e anche dalle nuove forme di spiritualità oggi diffuse. Le prime cercano di conservare i propri spazi, le seconde cercano di “farsi spazio” (place-making) o di trovare spazio (place-seeking).

Questi concetti sono stati illustrati da Carmelo Russo che ha riportato alcuni dati sul

caso di Torpignattara (“tre parrocchie e quattro moschee”).

E Maria Chiara Giorda ha ricordato che lo studio delle religioni in Occidente sembrava destinato a scomparire finché non sono comparsi “gli altri”, le società non-Occidentali dove la religione “esiste ancora”. Più in generale, sostiene, sono gli stessi concetti di “secolarizzazione” e post-secolarizzazione a dover essere ripensati. Certe previsioni, infatti, non si sono realizzate.

Valeria Frabbetti, del gruppo di ricerca dell’Università Tor Vergata, che sta svolgendo una ricerca qualitativa etnografica su Roma Est in partnership con Ve VI Municipio, “con l’ambizione di porci come mediatori” precisa, ricerca che si muove sul paradigma proprio del post-secolarismo, conferma che il mondo della cultura e della ricerc<a è ancora alla ricerca di una toeria interpretativa del nuovo che si manifesta in una città come Roma, caso emblematico in quanto città a tutt’oggi inevitabilmente e fortemente associata al Cattolicesimo ma insieme città della diversità religiosa.

 

In questo contesto qual è il posto dell’islam?

Primo. Se tra quanti hanno nazionalità italiana l’islam figura oggi al terzo posto (vedi tabella), essa è ormai la seconda religione praticata in Italia per valori assoluti.

In secondo luogo, l’islam è legato all’immigrazione ma NON è la religione degli immigrati: infatti gli immigrati in Italia sono in prevalenza cristiani.

 

 

 

 

 

Terzo. C’è ormai un islam che ha radici in Italia, un islam italiano che non è siolo quello delle “seconde generazioni” ma di musulmani che sono italiani “da sempre”. Un islal che fa fatica ad emergere in assenza di una Intesa che regoli il rapporto con lo Stato italiano o permetta di accedere alla raccolta dell’8 per mille.

Quarto. L’islam, religione universale, che non fa differenza tra indigeni e stranieri, che mette radici adattandosi ai luoghi nei quali si diffonde, soffre particolarmente dalle limitazioni che si tende oggi a imporre al culto con lo strumento urbanistico: Il musulmano ha l’obbligo di pregare cinque volte al giorno e ha bisgono di spazi per farlo. Sarà difficile sostenere che l’esistenza di simili spazi renda la città peggiore; ci sono invece ottimi argomenti per dimostrare che la città intera non può che beneficiare dall’esistenza diffusa di luoghi di preghiera conosciuti, riconosciuti, visibili.

In questo c’è materia di riflessione per chi governa la città. La città europea ha nel suo dna fin dalle origini la vocazione ad accogliere genti e integrale e trasformarsi con l’apporto di popoli diversi che essa ha saputo trasformare in cittadini. Il diritto deve rappresentare uno strumento a questo fine, non un ostacolo, innovando per far fronte a nuove realtà anziché tentare (invano) di imbrigliarle in vecchi schemi. E’ stato così fin da quando si è proclamato “L’aria della città rende liberi”. Se oggi questa libertà deve declinarsi come libertà di culto è il diritto che deve innovare. O vogliamo che i musulmani siano costretti ad adottare strategie mimetiche nei loro garage sotterranei – dimenticando che anche il cristianesimo a Roma ebbe inizio nelle catacombe?