Il Patto di Umar agli abitanti di Aelia Capitolina (Gerusalemme)

Il “Patto di ‘Umar”:

documento di garanzia e salvacondotto del Califfo ‘Umar al-Kittab (Al-‘Uhda al-’Umarriyah)  agli abitanti di Aelia Capitolina (Gerusalemme), consegnato al Patriarca di Gerusalemme Sofronio dopo la vittoria dei Musulmani sui Bizantini e la conquista pacifica della città nell’anno 15 dell’ègira (638 dC)

Trattato di ‘Umar con il Patriarca di Gerusalemme

Nel nome di Dio, clemente, misericordioso,

Questo è quanto ‘Umar, principe dei credenti, ha garantito al popolo di Aelia [Gerusalemme].

Ha garantito le loro vite, la proprietà, le chiese, le croci: le loro chiese non saranno abitate da stranieri, né saranno distrutte, né rovinate in alcuna parte; e così le loro croci o proprietà.

Non saranno perseguitati per la loro religione, né molestati.

Agli ebrei non sarà permesso di vivere con loro a Gerusalemme.

Gli abitanti di Aelia pagheranno un tributo della stessa entità di quello pagato dagli abitanti di Madā’in.

Dovranno esigere che bizantini e ladri lascino la città.

Se costoro se ne andranno, saranno sicuri della loro vita e delle loro proprietà fino a che raggiungeranno il loro paese.

Ma ai bizantini che preferiranno restare, verrà data garanzia se accetteranno gli stessi impegni di coloro ai quali, tra gli abitanti di Aelia, compete il tributo.

Coloro, tra gli abitanti, che vorranno seguire Bisanzio, avranno sicure vita e proprietà, purché lascino le loro chiese e le loro croci.

Quelli del contado che si trovavano prima in città potranno, qualora lo desiderino, restare con gli stessi obblighi di coloro cui s’addice il tributo; quelli che preferiranno seguire Bisanzio, lo facciano, e chi vuole ritornare alla sua terra, non vi saranno chieste i tributi prima del tempo del raccolto.

Questo documento è munito della garanzia di Dio, del suo apostolo, dei califfi, e dei credenti, sempreché gli abitanti ottemperino al loro dovere di pagare il tributo.

Redatto l’anno 15 dal hijra.

Ne sono testimoni: Khaled Ibn Alwalid, Abderrahman Ibn Aouf, Amr Ibn Al’Ass e Muaouia Ibn Abi Sofiane.

Un commento

Quanti Europei, ancorché dotati di buon livello culturale e di discreto interesse per quanto avviene nel mondo, hanno mai sentito parlare del Trattato firmato a Gerusalemme nell’anno 15 dell’ègira (638dC) tra il califfo ‘Umar – il secondo dei Califfi successori del Profeta Mohammed (saws), detti i “ben guidati” – e il Patriarca di Gerusalemme Sofronio? Pochi, c’è da scommettere.

Per la maggior parte degli europei la storia della città di Gerusalemme è legata principalmente ai contenuti della Torah e dei Vangeli. Per i secoli successivi, essa si riassume in tre episodi: la distruzione del Tempio ad opera dei Romani e la deportazione dei suoi abitanti nel ’70 dC;  le Crociate nel Medioevo; la nascita dello stato di Israele. I primi due momenti si studiano sui libri di storia – e sono oggetto di una storiografia sempre più controversa. Buona parte di ciò che l’opinione pubblica sa del terzo è derivato dal best-seller Exodus (e il relativo film).

Quasi nulla invece, nel bagaglio culturale europeo, troviamo sulla Gerusalemme islamica, cioè sugli oltre quattrocento anni che intercorrono tra la conquista musulmana di Gerusalemme nel 638 dC e il primo Regno di Gerusalemme instaurato dai Crociati dopo la conquista della città nel 1099. E quasi nulla anche sulla Gerusalemme post-Crociate, sotto il sultanato mamelucco prima e l’impero ottomano dopo. In realtà l’europeo mediamente colto raramente sa che Gerusalemme – al-Quds – è diventata islamica poco dopo l’avvento dell’islam stesso – precisamente nell’anno 15 dell’ègira ed è stata quasi ininterrottamente governata da musulmani fino all’instaurazione del Mandato Britannico sulla Palestina a seguito della sconfitta degli Ottomani nel 1917.

La Gerusalemme islamica, in altri termini, è pressoché coeva all’islam stesso. Essa venne conquistata dai Musulmani senza spargimento di sangue dopo la loro vittoria sui Bizantini. La sua resa venne negoziata dal Patriarca Sofronio con il califfo ‘Umar che firmò quel documento di salvaguardia e garanzia noto generalmente come “Patto di ‘Umar”. Trattasi di denominazione peraltro impropria, e generatrice di confusione con documenti posteriori o di autenticità più dubbia. Ne consegue che chi vuole documentarsi e fa una rapida ricerca su Google digitando “Patto di ‘Umar/Pact of ‘Umar” si trova letteralmente sommerso da una valanga di testi disparati che nel novantanove per cento dei casi definiscono il trattato in questione: a) un documento apocrifo; b) comunque volto a discriminare e vessare i non-musulmani. Né le cose vanno meglio se passa a Google Scholar poiché la maggior parte degli studi accademici in lingua inglese che citano quel Trattato sono studi di storia degli Ebrei, prodotti da centri specializzati in Ebraismo: come dire che partono da un punto di vista molto “situato”.

Eppure i pochi autori o le poche riviste che avanzano posizioni diverse non sono sprovvisti di autorevolezza: troviamo tra gli altri Steven Runciman[1], Biancamaria Scarcia Amoretti[2], la rivsta Acta Patristica et Byzantina[3], solo per fare qualche esempio. Non si tratta di musulmani radicali: anzi, non si tratta affatto di musulmani. Essi si rifanno al testo qui riportato – nella versione più accreditata dai massimi studiosi (Tabari) – che da secoli è un punto di riferimento nell’islam tanto per il comportamento da tenere nei confronti del nemico sconfitto quanto per i rapporti con le minoranze religiose. Nella tradizione dell’islam il Patto di ‘Umar  rappresenta il modo in cui – sulla base dei precetti del Quran e della Sunna – i Musulmani hanno concepito il giusto modo di concludere una guerra, di costruire la pace.

Su quel documento hanno meditato generazioni di giuristi, di storici, di studiosi di cose religiose e politiche. Le sue interpretazioni sono grandemente variabili. Ciò anche perché sono relativamente pochi, nello spazio dell’islam, gli studi accademici sulla prima conquista musulmana di Gerusalemme ed è indubbiamente difficile “adottare un approccio neutrale nel caso di una città santa come Gerusalemme, nella quale le rivendicazioni in competizione tra loro degli aderenti di tre religioni mondiali e l’interesse internazionale si incontrano e scontrano (El-Awaisi, 2000).

E tuttavia vi è un accordo generale tra gli specialisti su: a)l’autenticità del documento su riportato; b)il fatto che a seguito dell’accordo la conquista musulmana di Gerusalemme avvenne senza spargimento di sangue; c)il fatto che questo modo di agire degli eserciti musulmani è in plateale contrasto con la condotta di invasori precedenti e successivi (Bizantini, Persiani, Crociati); d)il fatto che tale documento rappresenti una sorta di documento-tipo delle garanzie offerte dai conquistatori musulmani agli abitanti delle città.

Il “Patto di ‘Umar” è in qualche modo l’atto di nascita della Gerusalemme islamica. Esso apre un periodo di oltre quattro secoli di convivenza tra musulmani, cristiani ed ebrei. Proprio questa convivenza documentata da fonti storiche ha fatto sollevare più di un interrogativo sulla

clausola per cui “agli ebrei non sarà permesso di vivere con loro a Gerusalemme”, che contrasta con la generale tolleranza che impronta il documento. Mentre per alcuni studiosi si tratta di un inserimento apocrifo posteriore ad opera dei cristiani, vi è sostanzialmente un largo accordo sul fatto che: a)la clausola in questione, se autentica, è stata inserita su richiesta dei Cristiani che nella città erano la maggioranza; b)che sotto l’islam gli ebrei si trovarono meglio che sotto il dominio di autorità cristiane[4] e lo accolsero di buon grado. Quando i Crociati conquistano Gerusalemme, nel 1099, massacrano indiscriminatamente, in una carneficina senza precedenti, musulmani ed ebrei, senza risparmiare né donne né bambini.

Il documento non ha perso nulla della sua attualità, oggi che una potenza straniera presidia in armi in al-Quds, controllando l’acceso a quello che è il terzo luogo sacro dell’islam dopo Mecca e Medina – il complesso di Haram al-Sharif, in cui si trovano la roccia da dove il Profeta Muhammed venne miracolosamente trasportato nel Viaggio Notturno e da cui ascese al Settimo Cielo, e la Moschea Al-Aqsa, che prende il nome dalla sura del Corano Al-Isrâ’ (Il Viaggio Notturno) – precludendone o discriminandone l’accesso a suo piacimento, impedendo che vi si svolga la preghiera del Venerdì, facendovi irruzioni con arresti di massa. Ma soprattutto tentando di cancellare dalla città e dal cuore della città la presenza dell’islam, antica quanto l’islam stesso che nel corso dei secoli mai tentò di cancellare le altre religioni.

Quanti Europei oggi sanno che la “Cupola della Roccia” che viene reclamizzata come “la maggiore attrazione di Gerusalemme” in un servizio sul “turismo in Israele” altro non è che la “moschea di ‘Umar”?

Per approfondire

Abu-Munshar, Maher (2006), “Islamic Jerusalem: a Model for Multiculturalism”, The American Journal of Islamic Social Sciences, 23:4, 2006.

El-Awaisi, Abd al-Fattah (2000), “Umar’s Assurance of Safety to the People of Aelia (Jerusalem). A Critical Analytical Study of the Historical Sources”, Journal of Islamic Jerusalme Studies, 3:2, 47-89.

Kazmouz, Mahmoud Mataz (2011), Multiculturalism in Islam. The Documento od Madinah & ‘Umar’s Assurance of Safety as two Case Studies,  PhD Thesis, University of Aberdeen, School of Divinity,History and Philosophy:

 

[1] S.Runciman,  History of the Crusades, trad. It. Storia delle Crociate, Torino, Einuadi, 2005.

[2] B. Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nell’islam, Firenze, Sansoni, 1974.

[3] B. Hendrickx, “The ‘Abominatio Desolationis’, Standing in the Holy Place: Remarks on the Conquest of Jerusalm and the ‘Pact’ between Muslims and Christians, Acta Patristica et Byzantina, vol 13, 1, 2002.

[4] P: Mieli, “L’islam tollerante che liberò gli ebrei”,  29-1-2010.